Storie di gatti, scatole e umani

Cambridge, 1970. I fisiologi Blakemore e Cooper, armati di pennelli e vernice, pitturarono di bianco l’interno di grandi cilindri di vetro per poi dipingervi lunghe strisce verticali nere. Nella stanza accanto, a pochi passi da quell’insolito atélier, una cucciolata di gattini veniva allevata nell’oscurità più totale.

A due settimane dalla nascita, i gattini vennero messi per cinque ore al giorno in queste bizzarre incubatrici. Il tutto era stato progettato per far sì che gli animali non vedessero mai i bordi orizzontali, e per esserne sicuri, Blakemore e Cooper fecero indossare loro dei collari simili a quelli che consigliati dai veterinari al termine di un intervento chirurgico.


Blakemore, C., & Cooper, G. F. (1970). Development of the brain depends on the visual environment. Nature228(5270), 477-478.

I gattini vissero i primi mesi della loro vita alternando oscurità totale e strisce verticali e non sembravano mostrare alcun segno di stress: del resto, si comportavano esattamente come qualsiasi altro gatto. Cinque mesi dopo, curiosi di vedere come avrebbero reagito, i fisiologi liberarono i gattini e li lasciarono esplorare la stanza, all’epoca composta da un tavolo e qualche sedia. Tuttavia, una volta messi su una superficie piatta come il pavimento, i gatti avevano l’aria di non capire ciò che stava succedendo. Lo stesso accadeva quando camminavano sul tavolo e ne raggiungevano il bordo: entravano in confusione, non riuscendo a distinguere la superficie del tavolo dallo spazio – vuoto – che la circondava.

Blakemore e Cooper ripeterono l’esperimento con un altro gruppo di gattini, stavolta cresciuti in cilindri con anelli orizzontali (e non più verticali). Gli esiti? Gli stessi, identici. Gli animali sbattevano contro le gambe delle sedie perché non le riconoscevano, anche se erano proprio davanti a loro.

I loro occhi funzionavano perfettamente, ma i neuroni relativi alla percezione avevano imparato che il mondo è un ambiente fatto di strisce parallele al suolo e di conseguenza gli animali non riuscivano a distinguere le linee verticali.

E se anche noi, da piccoli, avessimo vissuto in qualcosa di analogo a quelle scatole per i gatti? Se avessimo fatto esperienza non con la vista, ma con le emozioni, di una sola porzione della realtà?

Probabilmente ci saremmo convinti che quella era la realtà. Del resto, tutti siamo cresciuti in scatole dipinte nei primi anni di vita. C’è chi ha avuto la fortuna di osservare e vivere protetto da pareti colorate con un’ampia gamma di tonalità e di linee e chi invece ha visto i colori del rifiuto, dell’ingiustizia, della paura dell’abbandono o dell’umiliazione.

E si è convinto che la realtà fosse quella; che la realtà fosse umiliazione.

Perché i suoi neuroni relativi alla percezione hanno imparato che il mondo è un ambiente fatto di situazioni umilianti, prese in giro, bugie e aspettative disattese. I complimenti, i gesti d’affetto, la sensazione di sentirsi accettati e al sicuro rimangono rumore non riconosciuto, perché quando ci giungono nuove informazioni attraverso i sensi, queste non si aggiungono immediatamente alla nostra realtà soggettiva. Rimangono rumore se non corrispondono a un pattern in quell’archivio stratificato.

Il cervello ha bisogno di esperienze ripetute per modificare e arricchire la propria realtà, come le righe orizzontali per quei gattini menomati nella propria percezione visiva.

Dopo aver passato dieci ore nella stanza, i gatti di entrambi i gruppi recuperarono l’esperienza della dimensione prima latente. In breve tempo riconobbero i muri e ci si allontanavano, così come impararono a saltare su e giù da tavoli e sedie con agilità, distendendo le zampe quando si avvicinavano al suolo. La loro realtà interna si era arricchita, accogliendo un nuovo strato di complessità, un nuovo modo di vedere il mondo.

Siamo in grado di cambiare ed evolvere se, e solo se, riconosciamo innanzitutto il potere di cui disponiamo: quello di ampliare la nostra percezione e interpretazione di ciò che ci accade.

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