Scendere nell’arena

C’è un elefante nella stanza, un grossissimo elefante – e la stanza in questione è una qualsiasi aula dell’Università.

I relatori che mi hanno preceduta forse non lo vedono perché fanno parte della categoria di quelli che ce l’hanno fatta, quelli che sono stati invitati per parlare del percorso che li ha portati lì, dove sono ora, sulla vetta del successo. Quelli che alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” ti sanno dare la risposta srotolando il loro CV costellato di milestones.

Io, invece, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” non so rispondere. Per cui, in direzione opposta rispetto alle imprenditrici di successo e ai professionisti con esperienza ventennale che hanno calcato il palco prima di me, decido di parlare di come io non abbia la più pallida idea di cosa voglia fare da grande. Mi scrollo di dosso il peso delle aspettative e cavalco l’elefante nella stanza:

“Quanti di voi sanno rispondere a questa domanda? Che sensazione provate quando, all’ultimo esame della magistrale, non sapete rispondere al vostro interlocutore? E perché proprio vergogna, imbarazzo, inadeguatezza, ansia? Io sono qui per dirvi che, come voi, una risposta non ce l’ho. Eppure ho un lavoro, eppure mi ritengo soddisfatta, eppure sono qui in qualità di speaker a raccontarvi della mia vita. Non siete voi ad essere sbagliati, è la domanda ad essere intrinsecamente viziata.”

Chi l’ha deciso che io debba fare una sola cosa da grande, per di più per sempre?

Chi l’ha deciso che le mie scelte passate e presenti ridurranno sempre di più il ventaglio di opportunità future?

Chi l’ha deciso che io abbia tutte le informazioni necessarie per decidere ora cosa voglio fare in futuro?

Lunedì 15 maggio, alla School of Innovation, ho cavalcato l’elefante assieme a studenti e studentesse che con grande probabilità vivono circondati da modelli di successo edulcorati e la cui identità è definita solamente dal ruolo professionale, dalle credenziali, dal fatturato. Se si sentono scomodi in una narrazione del genere, li capisco perfettamente, perché è quello che è successo anche a me.

Mi son detta (e ho detto): non ho storie di successo, grandi premi e referenze da portare su questo palco. Ho qualcosa di più: un forte senso di empatia, la disponibilità di mostrarmi vulnerabile, il coraggio di salire su un palco con il desiderio e l’audacia di rappresentare un esempio per chi mi ascolta.

Lunedì 15 maggio, alla School of Innovation, davanti ad un pubblico di universitari, mi son sentita una completa deficiente; una vera e propria fallita che tentava, senza riuscirci, di essere all’altezza degli altri speaker e del contesto. Questo il destino di chi, come direbbe Brené Brown, scende nell’arena e decide di osare in grande. Chi osa sa benissimo che lo aspetta un carretto di critiche e di vergogna; tra il comfort e il coraggio sceglie quest’ultimo – il coraggio di mostrarsi così come si è, di essere visti anche (e soprattutto) quando non si può avere il controllo della situazione e degli effetti.

Eppure, chi osa, a volte lascia il segno:

“I really appreciated a lot Arianna’s lesson. You could see the enthusiasm and passion she puts into his work in order to make great things happen, as she said.”

“After the lesson with Arianna, I had a long and deep reflection with some of my friends that I met at the School of Innovation regarding an interesting sentence she said: “It is better to say sorry than ask for permission”. In my view, this statement totally reflects Arianna’s belief and self-determination. This kind of mindset encourages individuals to trust their instinct, take initiative and be proactive in pursuing their goals. It goes without saying that, this approach is beneficial especially when time is of the essence or when seeking permission might result in unnecessary delays or bureaucratic hurdles. This is definitely the kind of approach that I think you generally need to have when you are determined on conducting a business to the maximum success.”

Grazie a tutte le persone che si sono ritagliate un’ora per ascoltare la mia storia e ad Alessandro per avermi costretta a fare introspezione e ripensare ai piccoli, confusi, passi che mi hanno condotta dove sono ora.

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