Perché scrivo (e perché su un blog)

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Non esco mai di casa senza avere il mio taccuino in tasca. Del resto, le pagine di carta riciclata sono sempre state il mio posto sicuro, il luogo a cui torno quando sento che c’è del materiale grigio e confuso con cui giocare e a cui dare forma.

Scrivere ha, su di me, un potere dolce e terapeutico. Quando allento l’elastico del taccuino, lo apro e afferro la penna non sono tanto diversa da una speleologa che, dopo aver indossato l’imbrago, lentamente si cala giù nell’abisso.

Quando la punta del mio piede sfiora il fondo tiro un sospiro di sollievo: sono al sicuro, oggi si scava fino a qui. Qui, il timore lascia spazio alla meraviglia. Faccio un giro su me stessa e osservo con l’anima che mi esplode di meraviglia e poi, naso in su: da questa fenditura profonda la realtà mi si presenta da tutta un’altra prospettiva.

Ecco, scrivere per me è esattamente questo: sbirciare negli angoli, guardare con occhi curiosi la metà del mondo che gioca a nascondino – quella che, dalla superficie, sfugge e mi sfugge. Scrivere per me è un continuo rincorrere immagini, colori e suoni che non si fanno acchiappare, ed è per questo che la mia non è una scrittura lineare: le intuizioni non sono poi fulminee accelerazioni?

Scrivo per dare senso ed è un’attività che amo visceralmente. Mi piace pensare che tutto abbia un significato – e se non lo ha non è un problema: abbiamo questa grandissima capacità di attribuire un senso a tutto ciò che vediamo, sentiamo, a tutto ciò nel quale “inciampiamo”.

Scrivo per dare senso – dicevo – e non per comunicare, perché il mio è un processo intimo e performativo che si concentra tutto nell’azione. Le pagine di diario non sono creazioni intenzionali; piuttosto uno scarto, quello che rimane. La buccia di un frutto succulento. Difatti non è un caso che le mie più grandi consapevolezze non siano date da scarabocchi e associazioni di parole, bensì da un gerundio presente: scarabocchiando e associando parole.

Allora, perché un blog? Voglio dire, se scrivere è per me un’attività così ermetica e terapeutica, dov’è il senso di renderla pubblica?

Perché c’è una cosa, forse l’unica, che accomuna i 7.942.645.086 abitanti di questa Terra (alcuni ne sono consapevoli, altri no): il fatto di essere esseri umani, spaventati, piccini e schiacciati da un bel cumulo di incertezze. É questo che mi spinge a condividere, a dividere-con altre persone questo flusso di coscienza: chissà, magari quei miliardi di pagine fitte fitte possono essere d’aiuto a qualcuno, così come lo sono state per me. Sì, considero l’esempio uno dei modi più potenti, limpidi e genuini per trasmettere qualcosa a chi mi conosce, mi legge, mi ascolta. Le azioni che compiamo e le scelte che facciamo sono in grado di avere un impatto non da poco sulle persone attorno a noi e, personalmente, mi piacerebbe davvero riuscire a seminare qualche cambiamento da coltivare, o qualche fuoco da attizzare.

Bene, missione lodevole Arianna per carità, ma il blog rimane comunque lo strumento sbagliato. Questo mio modo di scrivere non si presta ad essere indicizzato e men che meno ad essere tradotto al pubblico più generale. Il risultato? Neanche una parola scritta in due mesi.

E allora mi sono ricordata del motivo per cui scrivo: ricerca di senso, esempio, empatia, responsabilità, emancipazione.

E allora ho smesso di sforzarmi, di tradurre, di inserire keyword.
E allora ho scritto queste parole – e mi sento libera.

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