Io non sono il mio ruolo professionale

Come spesso accade nei momenti di chiusura (dei cicli, delle relazioni, dei progetti, dei capitoli professionali) ieri sera ho aperto il mio taccuino e, una volta impugnata la penna, mi sono chiesta: cosa hai imparato su di te e sugli altri in questi quattro anni?

La (quasi) ventinovenne che sono ora – fortunatamente – si è un po’ liberata del peso delle aspettative, del perfezionismo, del perenne senso di inadeguatezza e del bisogno di mostrare che “si è all’altezza”. Ha iniziato a ragionare su cosa la entusiasma e su cosa invece non sopporta. Ha scoperto di avere talenti, entusiasmo e competenza. Ha abbandonato un po’ di rigidità ma, al contempo, ha imparato a dire “no” e a rifiutare compromessi non in linea con la propria etica del lavoro.

E ha rassegnato le dimissioni.

Biggest lesson learnt? Io non sono il mio ruolo professionale

Figlia della società della performance e cresciuta, come tanti altri della mia generazione, a suon di “fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”, ho vissuto i primi anni della mia carriera tentando di autoconvincermi che la strada intrapresa fosse quella giusta. Quando attorno a te hai solo modelli di successo (o meglio, scegli più o meno consapevolmente di vedere solo quelli) e tu senti invece di non essere competente, ecco che parte il carosello paranoico: “No, non è la strada per me. Non capisco nulla, non mi piace, perché gli altri ce la fanno e io no? Cosa non va in me?

In molti casi, specialmente in una cultura che valorizza l’ambizione e la carriera professionale, il lavoro diventa una parte fondamentale della nostra identità. Tuttavia, identificarsi completamente con il proprio lavoro rischia non solo di essere limitante, ma anche di svuotarci completamente di energie – quelle stesse energie che io utilizzavo per combattere battaglie idiote con l’unico scopo di “mostrare di essere quello che gli altri si aspettano dal ruolo”.

Poi sono uscita dal tunnel 😉 Invece di torturarmi a suon di “È questa la carriera della mia vita?” ho cambiato prospettiva e mi sono chiesta

“Cosa mi dà soddisfazione come persona e come posso incorporarlo nel mio lavoro?”

Da quel giorno, sento di vivere un ruolo professionale più completo e appagante in quanto limpida espressione di ciò che sono (e non che credo di dover essere). Il ruolo non è che una forma da riempire con i nostri contenuti: modi di essere, di agire e di pensare. Siamo noi , la persona a tutto tondo, il vero asset, il vantaggio competitivo. Limitarci per provare a stare in un certo schema di aspettative è dannoso e controproducente – sia personalmente che professionalmente.

Con questo bagaglio di consapevolezze acquisite, sono pronta per affrontare le nuove sfide professionali che mi aspettano. Soprattutto quelle di cui non sono ancora a conoscenza e che mi piomberanno addosso quando meno me l’aspetto (…mai avrei pensato di poter scrivere una frase del genere quattro anni fa – che bello crescere!).

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