Fisica: la vertigine nel descrivere l’inesprimibile

Al termine di Oppenheimer, una volta partiti i titoli di coda, mi sono alzata in uno stato di trance e lentamente sono uscita all’esterno. In strada. Avevo bisogno di inspirare profondamente e lasciarmi travolgere da una sensazione che non provavo da tanto, troppo tempo: quel piacere febbricitante, quel fascino magnetico delle cose fondamentali che non riusciamo a comprendere pienamente.

La chiamano passione.

La provai per la prima volta quando sfogliai il manuale di filosofia al liceo e mi imbattei nei pensatori della scuola di Mileto. Rimasi affascinata dalla loro titanica ricerca dell’ἀρχή (dal greco «principio») e dall’intuizione che ci fosse un qualcosa di astratto e al contempo mai così sostanziale alla base del tutto. Per Talete era l’acqua, per Anassimene era l’aria. Eraclito preferì il fuoco e, più in generale, vide nel cambiamento l’origine di qualsiasi cosa. Anassimandro fu il primo ad individuare l’arché in un principio astratto, l’ápeiron (che potremmo tradurre con «indefinito», «illimitato»); nella sua Metafisica invece, Aristotele preferì parlare di sostanza.

Mi innamorai anche dell’astrologia e dei saperi esoterici per la stessa, identica ragione: la meraviglia di fronte all’ignoto, il profondo rispetto per il segreto dell’esistenza e il desiderio di conoscere le sue leggi non per controllarle e distorcerle ma per adeguarcisi, abbandonarcisi. Ho dei nitidi ricordi di quegli anni: ogni giorno si trasformava in un’opportunità di scavare un po’ più a fondo fino al nocciolo dell’esistenza. Me ne stavo all’insù a guardare la luna, un senso di bellezza mi riempiva il cuore quando guardavo i profili delle montagne e la geometria perfetta della natura. Ogni incontro, ogni persona che incrociava il mio cammino, ai miei occhi era un messaggero arrivato con un tempismo micidiale per insegnarmi qualcosa. Era come se l’universo mi stesse parlando in un linguaggio segreto e io, giorno dopo giorno, stessi imparando a decifrarne le sue parole.

Oppenheimer, nello studio della meccanica quantistica, deve avere provato questo stessa passione inebriante. Immagino si sia sentito affamato di conoscenza, o meglio ancora ebbro, in bilico sul confine sottile tra ciò che si conosce e ciò che non è ancora stato rivelato. Teso alla costante ricerca di risposte che continuano a sfuggire alla sua logica.

Ecco perché, forse, mi sento attratta visceralmente dalla fisica: al pari di filosofia ed esoterismo, rappresenta lo sforzo “umano troppo umano” di spingersi oltre i confini della comprensione. Unisce dimensioni che tendiamo a separare perché inconciliabili: la realtà e l’allucinazione, la fredda lucidità e il delirio nel tentativo di afferrare una risposta, il desiderio di comprendere l’incomprensibile e di descrivere l’inesprimibile.

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