Cosa ho imparato dal Tour de France

Il ciclismo agonistico non mi ha mai colpito un granchè. Non lo capivo, semplicemente: non capivo cosa ci fosse di così entusiasmante nelle ore di riprese dall’alto in TV, né tantomeno nelle attese infinite a bordo strada per il passaggio del gruppo in gara.

La verità è che l’ho sempre vissuto dalla prospettiva sbagliata: la mia. Sforzarsi di guardare il Giro d’Italia prima e il Tour de France poi dagli occhi (e dal cuore) di chi queste competizioni le corre è tutta un’altra storia. Ho scoperto le storie di alcuni ciclisti che mi hanno ispirato e commosso, e che mi hanno fatto riflettere su come il ciclismo possa essere una metafora della vita.

Il successo non è immediato ed è importante “stare” nel disagio e accettare di trovarsi in una situazione che detestiamo

Il ciclismo è uno sport che richiede pazienza, dedizione e sacrificio. I ciclisti devono affrontare salite ripide, discese pericolose, vento, pioggia, caldo, freddo, cadute, infortuni, squalifiche, pressione mediatica. Nei grandi giri anche per tre settimane di fila. Non sempre si vince, anzi, al 99% si perde – e questo vale soprattutto per i gregari.

I momenti in cui si vorrebbe mandare all’aria tutto non sono pochi, nè sono brevi: penso a Mark Cavendish, velocista britannico che ha vinto 34 tappe al Tour de France e che, a causa delle cadute e dell’Epstein-Barr, è passato dall’essere campione del mondo in linea al mettere in discussione la sua identità di ciclista (e di campione) dopo 4 anni di fallimenti.

Sarà l’ambizione, sarà lo spirito di sopravvivenza, il bisogno di mostrare a se stessi che si esiste. I ciclisti non si arrendono mai, continuano a pedalare anche quando sono stanchi, doloranti, frustrati – anche quando sanno di essere ad un passo dal baratro. Sanno che il successo è lì, da qualche parte. Una sorta di redenzione personale. Ed è proprio questa consapevolezza che li aiuta a stare nel disagio.

Senso di libertà e trascendenza: il gesto atletico (anche) fine a se stesso

Sono campioni, sono lì per performare e vincere. Eppure, hanno la straordinaria capacità di scindere mezzo e fine: non smettono di provare piacere nel semplice gesto atletico. Pedalare continua ad essere per molti di loro un’occasione quotidiana per vivere il momento presente, per sentirsi parte di qualcosa di più grande, per sentirsi liberi. Per “sentirsi qui” e dare un senso all’esistenza. 

Sono eroi, ma sono umani

Il ciclismo è uno sport che ci regala emozioni forti, spettacolo e adrenalina. Nell’immaginario collettivo (e pure nel mio) chi lo pratica è un eroe romantico che sfida i propri limiti, si inerpica per strade impervie e  macina chilometri in un religioso silenzio, senza elemosinare attenzioni. Tuttavia ci dimentichiamo, o forse non sappiamo, che anche loro come noi sono esseri umani con la propria storia fatta anche di fragilità, paure e sofferenze. Penso a Thibaut Pinot, scalatore della Groupama-FDJ che ha dovuto affrontare con un supporto psicologico la sua paura di affrontare le discese tecniche. Cito ancora Mark “Cannonball” Cavendish, che ha condiviso anni della sua carriera (quelli più bui) con la depressione e i disturbi del comportamento alimentare.

Questi campioni ci mostrano che anche chi sembra invincibile può avere dei momenti difficili, che richiedono coraggio e sostegno. Nella vita succede lo stesso: anche noi possiamo avere dei problemi psicologici, delle fobie, delle insicurezze. Non dobbiamo vergognarci di chiedere aiuto, di esprimere le nostre emozioni, di curare la nostra salute mentale. 

E soprattutto, sono gentiluomini

Il ciclismo è una delle poche discipline sportive in cui l’etichetta e il rispetto reciproco sono ancora fondamentali: verso i propri compagni di squadra, verso il proprio staff, verso gli avversari. La maglia gialla non attacca mai il leader in caso di guasto meccanico o incidente; gli uomini di classifica rivali si salutano sempre, congratulandosi, al termine di ogni tappa; per non parlare della consegna del bouquet al vincitore da parte del secondo classificato.

Voglio essere anche io una ciclista: nel senso metaforico del termine, ovviamente (non penso di salire in sella nel breve periodo, non ho decisamente la costanza e il masochismo per praticare una disciplina del genere). Voglio sviluppare una mentalità tesa all’apprendimento continuo. Voglio costruire, pedalata dopo pedalata, una personalità determinata, resiliente, conscia dei propri punti di forza e dei propri limiti.

Testa bassa e pedalare!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Il contenuto è protetto ;-)
Torna in alto